Badly Drawn Boy “ One Plus One is one ”
A cura di: Andrea Kontrotempo
Damon Gough ritorna
a popolare l’universo musicale a poco più di un anno di distanza dall’uscita dal
claudicante “ Have You Fed the Fish? ”. Figlio degenere di quell’ennesima
trovata “teatrale” che fu il NAM (New Acoustic Movement) inventato di sana
pianta dalla stampa musicale britannica qualche anno or sono, ce lo ritroviamo
bello pasciuto con un lavoro fresco fresco di stampa dal titolo poco
logico-matematico, “ One plus one is one “ (Astralwerks) Aggiunto quest’ultimo,
al trittico precedente, otteniamo il quarto viaggio nei meandri del caotico e
surreale, forse un po’ sgangherato, ma dannatamente affascinante, mondo
interiore di questo irsuto cantautore britannico. A prima vista, anche
osservando la copertina del booklet, sembra che il menestrello di Manchester
abbia fatto un po’ di ordine dentro la sua “stanza”, i libri sono al loro posto
nello scaffale, i quadri perfettamente allineati, i suppellettili ordinati,
sembra ora regnare una calma apparente, lontano abbastanza dall’anarchia e
dall’incompiutezza degli album precedenti.
Dicevamo quindi maggiore attenzione alla forma canzone, nella sua totalità, dalle linee melodiche, alle aperture armoniche, alla compostezza degli strumenti mai sopra le righe, completamente funzionali ed asserviti alla buona riuscita del brano. Forse è proprio questa caratteristica che rende questo “one plus one is one” più godile e forse fruibile ad un pubblico più ampio, meno incline alla ricerca della melodia sepolta tra i nugoli di polvere di troppa creatività (o autocompiacimento). Perché diciamola tutta, il nostro barbuto raccontastorie ha proprio questo pregio/difetto, ossia quello di essere amato a dismisura da chi nella musica ricerca un po’ quello che nella vita di ogni giorno sembra latitare, ossia la poesia; mentre purtroppo rimane indigesto a chi tale pretesa non l’ha, e bolla tutto ciò come autocompiacimento allo stato puro. Ma fortunatamente ad azzerrare ogni tipo di polemica sterile ci pensa la musica, e dentro questo lavoro se ne trova di pregevole davvero, “Easy love” potrebbe averla scritta un Syd Barret con ancora qualche cellula cerebrale al proprio posto, per “Summertime in Wintertime” il richiamo ai Jethro Tull fin dall’incipit sfiora il tributo, per poi adagiarsi su certe cose che rimandano al Julian Cope più manieristico.
“This is That new song” è veramente una bella ballata, con uno straziante richiesta di amore “...could you hold me now ”, “Another Devil Dies” si snoda tutta su un ritmo bossanova che non può che farci tornare alla mente il Bucharach di “I say a little prayer”. Uno degli episodi certamente più riusciti è “ Year of the Rat ”, parodia della celebre “ Year of the Cat “ di Al Stewart, che insieme a “Four Leaf Clover” valgono il denaro scucito per l’acquisto del cd. Anche “Logic of a Friend splende di luce propria, con quel piano che fa tanto Joe Jackson periodo “ Night and Day ”, ma che non riesci più a farti uscire dalla testa. Diciamo che da qui in poi il viaggio si fa’ un tantino più monocorde, i binari ci portano direttamente alla stazione di arrivo di una “ Holy Grail ” che chiude questo vagabondare negli umori di un artista atipico nel panorama pop odierno costellato di bravi figli di papà, puliti ed ordinati, un cantautore anticonvenzionale, vecchia maniera, molto ‘ 70, capace di abbandonare i concerti a metà per l’impossibilità di proseguirli sulle proprie gambe. Comunque soltanto il tempo potrà dirci se quello che il nostro “ Badly ” ha prodotto sin ora costituirà un trampolino di lancio per un ulteriore salto di qualità, o una base solida su cui costruire dischi fotocopia l’uno dell’altro. Ai posteri l’ardua sentenza.
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