A cura di: Andrea

Band: The Dears

Album: No Cities Left

Anno: Canada 2003, USA 12 Ottobre 2004

Etichetta discografica: SpinArt

Tracklist:

  1. We can have it
  2. Who are you, defenders of the universe?
  3. Lost in the Plot
  4. The second part
  5. Donn’t lose the faith
  6. Expect the worst/’Cos she’s a tourist
  7. Pinned together, falling apart
  8. Never destroy us
  9. Warm and sunny days

10.22:The days of all the romance

11.Postcard from purgatory

12. No cities left

 

“If you want all the facts, then yes, the story of The Dears did begin in Montreal in 1995, spurred on by cigarettes, pints and too many nights of overanalyzing Smiths records”.

 

Bhè, mi sono detto, con un incipit di biografia come questo vale la pena approfondire il discorso, soprattutto perchè il gioco, con quelli come me, riesce subito e facilmente: basta menzionare, anche di straforo, i fantastici quattro di Manchester per ricevere attenzioni incondizionate.

A questo punto dichiaro apertamente che se dovessi ricevere un’ingiunzione di esilio per concorso in banda armata e associazione eversiva, come paese ospitante sceglierei ad occhi chiusi il Canada, patria, in questo scorcio di inizio secolo, di realtà musicali tra le più avvolgenti ed affascinanti dell’intera scena mondiale (The Destroyer ,Broken Social Scene, Hidden Cameras soltanto per citarne alcuni).

Montreal per l’esattezza è la sede sociale di questo sestetto formatosi, come si diceva sopra, nel lontano 1995. Lungo il percorso che gli porterà in seguito ad essere considerati una delle “next big things” più acclamate, grazie anche alla vetrina del prestigioso SXSW festival che si tiene ogni anno ad Austin in Texas, si lasciano alle spalle una manciate di EPs ed un debutto full lenghts “End of a Hollywood bedtime story”, che ha suscitato più di un brusìo dalle ultime file, quelle notoriamente riservate ai critici.

Tutto ruota attorno alla figura del leader Murray Lightburn, una sorta di eroe romantico post-moderno, degno rappresentante del migliore Sturm und Drang di inizio ‘800, con tutti gli ingredienti calibrati al punto giusto: una parte del Morrissey più bucolico, due parti del  Damon Albarn meno terzomondista, agitare bene e servire guarnito di una fetta del Jarvis Cocker meno voyeurista.

Ecco che quello che ci viene servito e senza dubbio un intruglio che può rischiare di farci girare la testa, se a questo aggiungiamo una pletora di musicisti – Natalia Yanchak tastiere, George Donoso III batteria, Valeri Jodoin-Keaton flauto, Robert Benvie chitarra, Martin Pelland Basso – ad orchestrare egregiamente il tutto, non si può che restare avvinghiati a questo No cities left e non abbandonarlo più per il resto dei nostri giorni.

La tournè che vedrà Murray & Co. calcare i palchi britannici all’inizio del nuovo anno, ha già suscitato febbrili attese tra i sudditi di sua maestà, accanto  a questi convivono però le solite malelingue che non vedono di buon occhio sei boscaioli portare il “verbo” pop tra chi l’ha annunciato ormai da un trentennio in lungo e largo per il globo, altri dicono che sarà come vendere frigoriferi in Alaska, tant’è che i nostri probi giocheranno il carico e non è detto che non gli sia dato di portare a casa la mano.

Già qualche risultato l’hanno messo in saccoccia pubblicando uno dei singoli in assoluto più belli di tutto il 2004, Lost in the Plot, (scaricabile gratuitamente al sito www.thedears.org) e salutato come singolo della settimana su NME, una magistrale pop song pregna di uggiosità, screziata di lirismo e con un cantato vibratile da brividi lungo la schiena, ed inoltre la bibbia pagana Rolling Stones gli ha definiti “new band to watch for”.

Ma siccome questo non è dischettino costruito attorno ad un singolo ruffiano, la sostanza c’è e si vede, a cominciare dalle prime note di We can have it, dove una chitarra minimale tesse trame sulle quali la voce di Lightburn, ispirata all’ennesima potenza, si adagia pigramente per poi riaversi sollecitata da un drumming dall’effetto typewriter, Who are you, defenders of the universe? testimonia come Lightburn sia ad oggi uno dei migliori songwriters sulla piazza “We want your informatio/we will do what we must/but not here or in front of people or on the phone/we’re not all blood-sucking leeches/for we all have families too/but that don’t mean that we really love them or that we don’t”, The second part non avrebbe affatto sfigurato in quel piccolo gioiello di modernariato pop che corrisponde al titolo di Parklife, Don’t lose the faith è semplicemente una canzone superba, degna della penna di Mr Rossiter e dell’ugola di colui che racchiude in se’ in egual misura cuore inglese e sangue irlandese.

A seguire non troviamo una flessione neppure volendo pagarla, un’orgia di archi impietosamente strapazzati da una grancassa marziale segnano l’incedere di Expect the worst/’Cos she’s a tourist, che tra repentini saliscendi umorali ci conduce con i suoi quasi otto minuti, dentro un rito neodionisiaco.

Pinned Together, falling apart, inizia soltanto incidentalmente con un’estemporaneità degna del John Zorn d’annata, per poi assestarsi su sonorità cabaret-pop  più congeniali ai nostri; il french-pop ’60, di quelli da duettare con Jane Birkin, costituisce il tratto saliente di Never destroy us, dove un flauto mesmerico confonde le idee e la chitarra di Benvie viene strapazzata sino a farle implorare pietà, finale con il botto con la superlativa Warm and sunny days e 22: The days of all the romance, dove Lightburn e la Yanchak giocano agli amanti superficiali “……………Tell me, tell me lies”, la titletrack  mette il sigillo ad un compendio di brani tutti nettamente al di sopra di quella soglia immaginaria, presa convenzionalmente come limite minimo,  per definire accettabile un parto sonoro.

Una delle migliori (ri)uscite di questa fine 2004, potete scommettere  tranquillamente la colazione con il vostro collega d’ufficio che esploderanno, oh…… male che vada contattatemi, vi rimborserò.

 

 

VOTO 4/5                                               

 Andrea Terenzi

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