Band: Manic Street Preachers
Titolo: Lifeblood
Anno: 2004
Etichetta discografica: Sonymusic
Tracklist:
1. 1985
2. The love of Richard Nixon
3. Empty souls
4. A song for departure
5. I live to fall apart
6. To repel ghosts
7. Emily
8. Glasnost
9. Always/Never
10. Solitude sometimes is
11. Fragments
12. Cardiff afterlife
A cura di: Andrea
Devo dire che aspettavo al varco questo settimo album dei manic street preachers. Non per particolari inclinazioni sado-critiche, ma per chiarire uno degli arcani musicali che attanaglia quell'emisfero cerebrale dedito all'introiezione acustica. In poche parole, i manic ci fanno o ci sono? Non l' ho mai capito, nel senso, ho amato a dismisura certi episodi della loro carriera, per la loro freschezza, la loro sfrontataggine, quelle progressioni armonico-sovversive, mentre ne ho detestati altri per le ragioni opposte. Gridai al quasi miracolo nel 1992 all'indomani dell'uscita del loro esordio “Generation terrorists”, doppio album umorale e carico di quel magma incandescente a base di frustrazione e rabbia generazionale, rimasi piuttosto freddo, ma non deluso, dal seguente “Gold against the soul”, l'applausometro toccò punte altissime con “The Holy Bible” del '93, condensato di apologia di rivoluzione ed iconografia religiosa che impressero al disco intero un substrato di chiaroscuro accattivante. “Everything must go” fu l'uscita che seguì la misteriosa scomparsa di Richy James nel 1995, e non si può non amare un'opera di commiato da un amico, così carica d'amore e struggente tenerezza. Con “This is my truth tell me yours” del 1998 i tre di Blackwood toccarono forse il punto più basso della loro carriera, un'insieme di composizioni scialbe e piatte, con una produzione da zecchino d'oro, che però riscosse un ragguardevole successo di pubblico. Il 2001 fu la volta di “Know your enemy”, grande colpo di reni utile a risalire la china artistica nella quale erano sprofondati, lavoro asciutto e rigoroso, con pregevoli episodi dalle melodie iridescenti. Quale migliore occasione, quindi, per fare chiarezza e cercare di trarre le giuste conclusioni, se non togliere il cellophane che avvolge questo cd ancora fesco di stampa ed avviare play sul lettore.
“1985” assolve egregiamente il compito di apripista, un drumming minimale fa' da contrappunto ad un basso ondeggiante e spumoso, mentre leggeri aliti di tastiere ammantano il tutto conferendogli quel sapore eighties, che tanto oggi è di moda. Gli anni della “nuova onda” sono ancora responsabili per quanto concerne l'humus del singolo prescelto “The love of Richard Nixon”, mentre iniziamo a parlare di pop calato perfettamente nel suo contesto spazio-temporale con “Empty souls”, tipica cavalcata chitarristica in puro stile manics.
“A song for departure” e “I live to fall asleep” potrebbero anche essere, nella loro architettura musicale, delle dignitosissime canzoni, se non che puzzano da un miglio del peggior falso indie-pop d'oltremanica, quello congeniato perfettamente per esser incastonato in uno spot vodafone ed allo stesso tempo funzionare da scaldamuscoli nei dancefloor alternativi.
Certo che l'immagine che ci consegnano i manics di oggi non è altro che il simulacro di ciò che accadeva nei primi anni novanta, quando Richy, colto da derive nichiliste, si incise con una lametta sull' avambraccio la parola “4 real”, - per davvero- per mettere a tacere le indiscrezioni della stampa che volevano i nostri soltanto macchiette da vip-party e non seri e preparati musicisti.
“To repel ghosts” possiede l'appeal giusto per poter essere il prossimo singolo, ruffianamente U2 quanto basta ma anche suadentemente aurale nelle sue trame melodiche, fa il paio con “Emily”, altra discreta composizione che non riesce però a convincere sino in fondo.
“Glasnost”e “Always/never” costituiscono gli anelli deboli di tutto il disco che però riprende quota con un alito di vento che porta il nome di “Solitude sometimes is”, egregia incursione in lande intestine intrise di caldi e avvolgenti fremiti; la striscia positiva continua con “Fragment” e “Cardiff afterlife”, la prima è un viaggio a bordo di una simil casio tone che rimanda ai primi depeche mode di “dreaming on me”, la seconda si fregia del titolo di una delle migliori canzoni dell'intero lavoro, una sorta di “Everyday is like sunday” del nuovo millennio.
Anche questo disco dei manic volge al termine, ed ancora purtroppo non ho sciolto la riserva di cui sopra, ci fanno o ci sono? Sono dei cazzoni ma furbi, o dei puri con qualche impaludamento di troppo ? Di tempo ne ho da vendere, io attendo, a costo di riparlarne tra altri due/tre anni.
Andrea Terenzi
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